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Il Fungo come Testimone:
Takashi Homma e la memoria invisibile delle foreste
nella serie “Mushrooms”



La serie "Mushrooms" nasce da un’indagine iniziata da Homma nelle foreste colpite dai disastri nucleari di Fukushima e Chernobyl. Dopo il terremoto e lo tsunami del 2011, la centrale nucleare di Fukushima Daiichi subì una fusione dei reattori e una vasta dispersione di materiale radioattivo. Proprio in quei boschi contaminati il fotografo giapponese iniziò a osservare i funghi, organismi particolarmente sensibili alla presenza di sostanze radioattive. Il fungo diventa così una sorta di archivio vivente: conserva nella propria materia le tracce di ciò che è accaduto, rendendo visibile una contaminazione invisibile agli occhi umani.

La fotografia di Homma non cerca però la spettacolarizzazione della catastrofe. I funghi vengono ritratti con una semplicità quasi scientifica: posati su un foglio bianco, isolati dal loro ambiente, assumono la dignità di un ritratto. Ma ciò che appare come una singola forma naturale porta con sé una storia molto più ampia. Il fungo che vediamo è solo la parte emersa di una rete sotterranea complessa: il vero organismo vive attraverso il micelio, un intreccio di filamenti che si estende nel terreno creando connessioni profonde tra specie diverse.

Questa dimensione nascosta avvicina il mondo fungino alla nostra stessa idea di comunicazione. Le reti di micelio vengono spesso paragonate a una sorta di internet naturale: un sistema attraverso cui gli organismi scambiano informazioni e risorse. Il fungo suggerisce quindi un modello alternativo di relazione, fondato sulla connessione e sull’interdipendenza invece che sull’isolamento dell’individuo.

Il confronto tra Fukushima, Chernobyl e le foreste della Scandinavia amplia ulteriormente questa riflessione. Anche dopo il disastro nucleare di Chernobyl del 1986, i funghi e altri organismi del sottobosco continuarono ad assorbire elementi radioattivi, diventando indicatori della persistenza della memoria ambientale. La natura non cancella immediatamente le tracce lasciate dall’uomo: le incorpora, le trasforma e le restituisce.

Allo stesso tempo, il fungo non rappresenta soltanto contaminazione e rovina. La ricerca scientifica contemporanea lo considera sempre più un agente di rigenerazione: alcuni funghi sono studiati per la capacità di degradare sostanze inquinanti, contribuire al recupero degli ecosistemi e sostenere nuovi processi biologici. Ciò che per secoli è stato associato alla decomposizione e alla morte appare invece come un organismo capace di trasformare la fine in un nuovo inizio.

In questa prospettiva assumono particolare importanza le fotografie dei funghi scattate a Stony Point, foresta in cui John Cage, compositore sperimentale, decise di dedicare una parte della propria vita allo studio della micologia. Per Cage i funghi rappresentavano un modo per comprendere il mondo attraverso l’ascolto e l’attenzione. La foresta diventava uno spazio in cui imparare una diversa idea di musica: non una composizione controllata dall’uomo, ma una rete di suoni, presenze e relazioni già esistenti.

Homma sembra riprendere proprio questa intuizione. Fotografare un fungo significa ascoltare una presenza che non parla attraverso il linguaggio umano, ma attraverso la propria esistenza ed esperienza. La macchina fotografica diventa uno strumento di attenzione: non cattura soltanto un’immagine, ma apre una relazione tra osservatore e organismo.

Il fungo diventa così un mediatore tra due mondi. Da una parte racconta la fragilità della natura di fronte alla catastrofe artificiale; dall’altra mostra la capacità degli ecosistemi di adattarsi, trasformarsi e generare nuove forme di vita. È un testimone della crisi ecologica, ma anche un interlocutore, che attraverso le onde sonore intrinseche a sé, ci invita a ripensare il nostro ruolo all’interno della natura e a porci più come ascoltatori che possessori della Terra.

Dalla pubblicazione di Takashi Homma, “Simphony: mushrooms from the forest”


Leo Montanari